Il Punch


la bevanda che ha fatto nascere la mixology

ammiraglio Edward ‘Old Grog’ Vernon (creato con ai)

Quando pensiamo alla parola “mixology”, ci viene in mente l’immagine di bartender moderni, shaker cromati e cocktail serviti con eleganza. Ma le radici di quest’arte risalgono a molto prima: già alla fine del 1500 si cercava di rendere più gradevoli bevande dure e sgraziate mescolandole con zucchero, spezie, latte o miele. Nasce così una tradizione che, passo dopo passo, porterà al concetto di cocktail come lo intendiamo oggi. E il protagonista di questa storia è uno solo: il Punch.

Le prime tracce scritte di Punch risalgono al 1576, quando il poeta ed esploratore George Gascoyne pubblica un libro dal titolo curioso, A Delicate Diet for Daintie Mouthde Droonkardes, in cui tra le bevande compare una mistura di vino, zucchero, limoni e spezie: un antenato del Punch. Pochi anni dopo, nel 1594, Sir Hugh Plat descrive invece un’altra miscela a base di acqua, zucchero, rosmarino e acquavite, servita con una tecnica che oggi ci sembra sorprendentemente moderna: il liquido veniva travasato da un bicchiere all’altro, in quella che noi chiamiamo “throwing” (si, quello della famosa immagine qui sotto di Jerry Thomas).

La vera diffusione del Punch, però, è legata all’espansione coloniale inglese e alla nascita della East India Company nel 1605. I traffici con l’India non portarono solo spezie e tessuti, ma anche nuove abitudini di consumo. Una lettera del 1632 tra due funzionari della Compagnia cita il Punch senza nemmeno spiegare cosa fosse, segno che la bevanda era ormai entrata nell’uso comune. Nel 1658 Edward Phillips lo definisce semplicemente come una “bevanda indiana”, e poco dopo John Fryer, medico in servizio nelle colonie, scrive che “paunch” in indiano significa cinque, proprio come i cinque ingredienti fondamentali della bevanda: distillato, agrumi, zucchero, spezie e acqua. È qui che nasce l’etimologia più accreditata, anche se nella stessa Inghilterra del Seicento il termine Punch richiamava anche l’idea di qualcosa di tozzo e rotondo, come le bowl di terracotta in cui veniva servito.

Se nei salotti il Punch era un piacere, sulle navi divenne una vera necessità. Documenti del 1665 parlano delle enormi quantità di Madeira, birra e Arrack consumate da un gentleman inglese in India. Nel 1689, il reverendo John Hopkinton, inviato a ispezionare le colonie, descrive i funzionari della Compagnia delle Indie come instancabili bevitori di Punch, dediti al gioco d’azzardo e alla compagnia femminile. Non stupisce che nei porti dell’Indonesia le Arrack House venissero ribattezzate Punch House. E proprio i marinai furono i veri ambasciatori di questa bevanda: gli ufficiali bevevano un proto-Gimlet a base di Plymouth Gin e cordial di agrumi, mentre nel 1740 l’ammiraglio Edward “Old Grog” Vernon codificò una ricetta di Rum, acqua e zucchero di canna che prese il nome di Grog, arricchita nell’Ottocento con qualche goccia di Angostura.

Col tempo nacque un dibattito: era davvero indiana l’origine del Punch o furono i marinai a inventarlo? Nel 1907 il compilatore dell’Oxford English Dictionary ipotizzò che i primi a prepararlo non fossero né soldati né agenti delle Factory, ma proprio i marinai stessi, tra i principali responsabili della sua diffusione in tutte le flotte europee. Quel che è certo è che la bevanda, con nomi diversi – Boule Ponge, Palepuntz, Palepunz – veniva consumata da equipaggi di ogni nazionalità.

Ma cos’è che rende il Punch davvero unico? I suoi cinque ingredienti fondamentali. Il distillato, che nell’epoca coloniale era soprattutto Arrack – da cocco, riso o palma – oppure Brandy, oggi difficilmente reperibile ma sostituibile con cognac Pierre Ferrand 1840 o brandy rinforzato con rum overproof. Gli agrumi, con limoni e lime in prima linea, le spezie come tè verde o bianco (o, nei Caraibi, zenzero, cannella, vaniglia e pimento), lo zucchero grezzo – di palma, dattero o muscovado – e infine acqua e ghiaccio, da bilanciare con cura per ottenere la giusta diluizione.

Le attrezzature erano semplici ma caratteristiche: grandi punch bowl in terracotta o metallo, mestoli per servire, toddy stick per mescolare e piccole tazze da tè inglese per gustare la bevanda. Immaginate un tavolo del XVII secolo: al centro la bowl fumante di spezie e agrumi, intorno uomini di mare e avventurieri che si scaldano bevendo e raccontando storie di viaggi lontani.

Il Punch non è solo un drink del passato, ma la madre di tutta la mixology moderna. È la testimonianza di come il gusto e la cultura si intreccino con la storia, i commerci, le rotte dei marinai e le contaminazioni tra continenti. Riscoprirlo oggi non significa soltanto preparare un cocktail: significa versare in un bicchiere un pezzo di storia liquida, un brindisi a quella tradizione che ha cambiato per sempre il nostro modo di bere.


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