Punta di diamante

come scegliere i cocktails che funzionano davvero

cocktail lady amarena
2024

Ogni beverage program che vuole essere riconoscibile ha bisogno di alcuni cocktail chiave. Veri pezzi forti del menu, capaci di funzionare come firme del brand, di essere altamente fotografabili e instagrammabili, di vendere con continuità e di risultare immediatamente riconoscibili anche cambiando staff o formato di locale. La selezione di queste creazioni scenografiche, però, non può basarsi solo sull’estro creativo o sull’istinto del bartender. È una decisione strategica che deve tenere insieme dati di vendita, marginalità, sostenibilità operativa e comportamento reale degli ospiti.

Quando si scelgono correttamente i cocktail che diventano la punta di diamante dell’offerta, il risultato è un’identità di brand più solida, uno scontrino medio più alto e una formazione del personale più snella ed efficace. Quando invece si punta sul cocktail sbagliato, l’effetto collaterale è immediato: aumento del carico di lavoro, perdita di coerenza e preparazioni inutilmente complesse che rallentano il servizio. Nel mondo raccontato da The Cybartender, il bar è un sistema operativo prima che un palcoscenico creativo, e la scelta dei cocktail di riferimento deve riflettere questa visione.

Un cocktail destinato a diventare un elemento di spettacolo stabile nel menu deve prima di tutto essere redditizio. Deve garantire un buon margine, essere eseguibile con costanza anche da bartender con livelli di esperienza diversi, non appesantire l’operatività del banco e possedere una forte identità visiva o narrativa coerente con il brand. Soprattutto, deve essere già validato dai numeri. Se una creazione non risponde alla maggior parte di questi criteri, difficilmente può sostenere una diffusione su più sedi o all’interno di un’intera struttura.

Il punto di partenza è sempre l’analisi dei dati. Le decisioni vanno prese partendo dalle performance, non dalle preferenze personali. Studiare le vendite permette di individuare i cocktail più ordinati, quelli che generano riordini e quelli che mantengono buoni risultati in contesti diversi e in differenti momenti della giornata. A questo va affiancata una lettura attenta della redditività, perché non tutti i cocktail popolari sono anche sostenibili dal punto di vista economico. Alcuni vendono molto ma rendono poco, altri hanno margini interessanti ma una rotazione insufficiente. Le creazioni che falliscono su entrambi i fronti vanno eliminate o riprogettate senza esitazioni.

Dall’analisi emergono quasi sempre delle ricorrenze. Profili aromatici che funzionano meglio di altri, stili di cocktail che il pubblico riconosce e ricerca, dettagli di presentazione che aumentano l’engagement. Riconoscere questi schemi consente di costruire cocktail scenografici basati su comportamenti reali, non su intuizioni isolate o tendenze effimere.

Una volta individuati i candidati più promettenti, è essenziale valutarne la scalabilità operativa. Un cocktail che ambisce a diventare un pezzo forte del menu deve poter essere eseguito con la stessa qualità in un bar ad alto volume come in un lounge più raccolto. Questo significa analizzare la costruzione del drink, il numero di passaggi, gli strumenti necessari e la presenza di garnish complessi o ingredienti difficili da reperire. Se una creazione richiede troppo tempo, troppe attenzioni o preparazioni ad alto rischio, diventa un freno. I cocktail scenografici devono valorizzare il servizio, non rallentarlo.

Il vero punto di equilibrio si trova quando domanda e marginalità si incontrano. I migliori candidati sono cocktail che già vendono bene, garantiscono un buon contributo economico, si eseguono rapidamente e raccontano il brand in modo coerente, utilizzando ingredienti già presenti nell’ecosistema del menu. Quando una creazione è vicina a questo obiettivo ma non ancora pronta per la scala, va ottimizzata. Batching intelligente, garnish semplificati, ingredienti più accessibili e una vetreria standardizzata possono trasformare un buon cocktail in una punta di diamante realmente replicabile. Un drink memorabile non deve essere complicato, deve essere progettato.

Prima di introdurre nuovi elementi di spettacolo su larga scala, è fondamentale ridurre il “rumore” nel menu. Spesso le carte sono appesantite da cocktail che esistono per abitudine più che per performance. Creazioni con basse vendite, preparazioni lunghe, forte variabilità tra operatori o ingredienti utilizzati una sola volta consumano risorse e attenzione. Alcune vanno semplicemente eliminate, altre meritano una riprogettazione se il concept è valido ma l’esecuzione non lo è. Razionalizzare non significa impoverire l’offerta, ma renderla più solida.

Nessun cocktail destinato a diventare un riferimento del brand dovrebbe essere diffuso senza una fase di test. La sperimentazione permette di misurare la velocità di vendita, i tempi di preparazione, la sicurezza dello staff, le reazioni degli ospiti e l’impatto sul carico di lavoro. I risultati servono per affinare dettagli come garnish, batching, naming o presentazione. I rollout efficaci sono il frutto di un processo ingegnerizzato, non di una scommessa.

Quando si decide di procedere, il lancio deve poggiare su un sistema chiaro e condiviso. Ricette standardizzate, immagini di riferimento, guide operative, indicazioni sugli approvvigionamenti, materiali formativi e checklist di controllo sono strumenti indispensabili per garantire coerenza. Strumenti chiari portano a esecuzioni costanti, e l’esecuzione costante costruisce un’identità di brand credibile.

In sintesi, individuare i cocktail destinati a diventare i pezzi forti di un gruppo di bar significa affidarsi ai numeri prima che all’istinto, puntare su creazioni che uniscono domanda del pubblico, redditività e velocità operativa, eliminare o ripensare ciò che non funziona e testare sempre prima di espandere. Nel bar contemporaneo, la differenza non la fa il drink più complesso, ma quello che funziona ovunque, ogni sera, con la stessa qualità.

Strategia, dati e operatività: il metodo per trasformare un cocktail scenografico in una punta di diamante replicabile e redditizia

Puliti, indicizzati, orientati a chi gestisce bar sul serio e non colleziona garnish per hobby.

In breve:

  • Il cocktail giusto nasce dall’incontro tra domanda reale e marginalità sostenibile
  • I pezzi forti sono drink che vendono già, rendono bene e si eseguono velocemente
  • La scalabilità passa da ingredienti condivisi, build semplici e identità di brand chiara
  • L’ottimizzazione è strategia: batching, garnish essenziali e vetreria standard fanno la differenza
  • Un drink memorabile è progettato, non complicato
  • Prima di aggiungere, bisogna togliere: menu snelli funzionano meglio
  • I cocktail che esistono per abitudine consumano risorse e attenzione
  • Testare riduce errori e migliora l’efficacia del rollout
  • I dati di vendita e l’operatività contano più delle intuizioni
  • Standard chiari e formazione strutturata garantiscono coerenza e forza del brand

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