Brand Ambassador Bartender: Il Lavoro che Nessuno Racconta

brand ambassador bartender: Igor Tuliach, foto Linkedin

Bar & Bartender Carriera Brand Ambassador

Brand Ambassador: Il Lavoro che Nessuno Racconta sui Social

Una conversazione sul mestiere di brand ambassador con chi lo fa davvero.

Igor Tuliach — Global Ambassador, Gamondi Spirits

Oltre 30 anni al bancone, bar manager in strutture ricettive 5 stelle nelle Langhe piemontesi, poi il salto nel mondo dei brand. Oggi Global Ambassador per Gamondi Spirits, gira l’Italia e l’Europa portando prodotti, storie e — soprattutto — onestà professionale.

Il brand ambassador bartender è probabilmente la figura più romanticizzata del settore: valigie, fiere internazionali, cocktail serviti in giro per il mondo. Eppure, dietro quell’immagine costruita su Instagram, c’è un lavoro fatto di ore in macchina tra Bergamo e Napoli, di ore in ufficio a compilare tabelle spese, di clienti che a volte ti guardano con l’aria di chi “sa tutto”. Igor Tuliach non esita a raccontarlo tutto — il bello e il difficile. Con la franchezza di chi ha passato trent’anni al bancone prima di fare il salto.

Il salto: quando è arrivata la proposta

Arriva la proposta di diventare brand ambassador bartender

Cinque anni di bar management in un hotel 5 stelle nelle Langhe, oltre trent’anni di lavoro nei bar. La proposta da brand ambassador è arrivata in quel momento — non a caso. “Complice la zona in cui lavoro nel settore si trova facile” dice Igor, ma non è solo fortuna geografica. È il risultato di una presenza professionale consolidata, di una reputazione costruita nei bicchieri prima che nelle presentazioni.

I dubbi ci sono stati, ma gestiti con il pragmatismo di chi sa pesare le cose. “Per carattere tendo a vedere sempre la parte mezza piena del bicchiere” — e la struttura contrattuale ha aiutato: un anno di prova, con la possibilità concreta di tornare al bar se le cose non avessero funzionato. Non un salto nel vuoto, ma un passo calcolato.

La visita in azienda ha fatto il resto. “Ero proprio nel mood di cercare qualcosa che non andasse” — Igor è andato a visitare Gamondi con l’atteggiamento dello scettico, cercando le crepe nella narrazione del colloquio. Non le ha trovate. “Avendo trovato un’azienda che lavorava bene e in maniera seria non ho più avuto dubbi.”

“Ero nel mood di cercare qualcosa che non andasse. Non l’ho trovato. A quel punto non ho avuto più dubbi.”

— Igor Tuliach

Cosa ha dovuto lasciare andare? Il contatto con il cliente finale. “Tutte quelle dinamiche di clienti-amici tipiche del bar di quartiere, ma anche dell’hotel dove si hanno clienti repeater.” È la perdita più concreta del cambio di ruolo — e Igor non la minimizza.

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Il rapporto con il brand e la libertà di racconto

Uno dei nodi più delicati per qualsiasi brand ambassador bartender è il confine tra la propria voce professionale e la comunicazione aziendale. Dove finisce il tuo punto di vista e comincia il messaggio del brand? Igor descrive la sua situazione come fortunata — e lo dice esplicitamente, senza falsa modestia.

“L’azienda non mi ha mai messo paletti sul raccontare i prodotti.” Ci sono focus points strategici da sottolineare, naturalmente — nessuna azienda rinuncia completamente al controllo del messaggio — ma il margine di libertà narrativa è reale. E la richiesta di comunicare cose false o di parlare male dei competitor non è mai arrivata.

Sul prodotto: Gamondi ha il reparto del liquorificio aperto alle visite. “Nulla è nascosto per cui a parte le ricette dei singoli prodotti non vi è nulla che non venga comunicato al barman che volesse lavorare con i nostri brands.” Trasparenza come valore aziendale concreto, non come claim di marketing.

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L’identità professionale: si è ancora bartender?

La domanda che ogni brand ambassador si sente fare, prima o poi. Igor non ha dubbi: “Mi sento sempre un bartender.” Non è nostalgia — è consapevolezza professionale. Le competenze costruite al bancone non spariscono cambiando ruolo: si trasformano in strumenti di lettura del mercato, di empatia con i colleghi, di credibilità nel racconto del prodotto.

Sta dietro al banco circa 7-10 giorni al mese — fiere, guest, presentazioni ai partner commerciali italiani ed esteri. Non è il servizio continuativo di un locale, ma è abbastanza da mantenere il contatto fisico con la miscelazione. Quello che manca davvero, dice Igor, è “il lavoro di ospitalità e coccola del cliente che è prerogativa di un lavoro continuativo in un locale.” Una specificità che nessuna fiera può sostituire.

C’è poi un vantaggio inatteso del cambio di prospettiva: “Questo lavoro mi ha permesso di conoscere il ‘prima’ delle bottiglie che per anni ho usato al bar e che senza questo lavoro non avrei mai potuto vedere.” Conoscere la produzione dall’interno cambia il modo di raccontare un prodotto — e probabilmente anche il modo di usarlo.

➔ Leggi anche: Menu Engineering 2.0 — come costruire una carta che vende su thecybartender.com

 brand ambassador bartender: Igor Tuliach ,foto presa da: https://www.dimensionesuonosoft.it/

Igor Tuliach ,foto presa da: https://www.dimensionesuonosoft.it/

Il territorio e ciò che insegna il giro d’Italia

Nel 2025 Igor ha girato quasi tutte le regioni italiane, più diverse nazioni per fiere e attività con i partner. Un osservatorio privilegiato sull’evoluzione del bartending italiano — e su cosa significa essere brand ambassador bartender in un mercato in trasformazione.

La sorpresa più grande? “Quanto velocemente e qualitativamente stia crescendo tutta l’industry nel sud Italia con la nascita continua di progetti di altissima qualità.” Una crescita che spesso non emerge nelle narrative del settore, ancora troppo concentrate su Milano e su pochi altri hub urbani del nord.

Le formazioni nei bar non sono mai solo sul prodotto. “Cerco semplicemente di spiegare il Progetto Gamondi e le varie differenze organolettiche rispetto ai competitor e i vantaggi che possono avere nei loro locali.” Ma c’è anche una lezione più sottile che il lavoro sul campo ha insegnato: “Con i colleghi non serve infiocchettare i prodotti, ma semplicemente raccontarli in maniera sincera e diretta.”

La sfida più comune? Far capire ai bartender meno informati che i prodotti Gamondi non sono imitazioni di grandi brand già in commercio. “Cercano di ritagliarsi un loro spazio sulla stessa mensola” — e questa è una battaglia di posizionamento che si vince una conversazione alla volta, non con le campagne pubblicitarie.

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La credibilità sotto pressione

Come mantiene la credibilità tecnica un brand ambassador bartender quando viene percepito come “la voce di un’azienda”? Igor ha una risposta semplice e concreta: comportarsi da barman, non da venditore. “Il mio ruolo attuale non ti eleva in nessuna maniera sopra ad altri. Si rimane sempre barman che semplicemente operano in uno spazio diverso dal canonico bar.”

L’ego dei colleghi esiste — Igor lo incontra, raramente ma lo incontra. “A volte capita di incontrare colleghi con un ego particolarmente presente.” La risposta non è la confrontation: è la qualità del prodotto e la qualità della persona. “Cerco di farmi strada con la qualità e le qualità dei prodotti cercando di scalfire quel ‘so tutto io’ che a volte incontro.”

“Il nostro lavoro è ancora più fatto di reputazione e credibilità che non di curriculum.”

— Igor Tuliach

La linea che non si attraversa è chiara: “Smetterei immediatamente di lavorare per un brand nel momento in cui attuasse politiche di produzione o commerciali poco chiare o se mai mi chiedesse di parlare male dei competitor.” La reputazione professionale vale più del contratto — e questo è un principio che vale per qualsiasi ruolo nel settore, non solo per gli ambassador.

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Il quotidiano: cosa c’è davvero in quella valigia

Lunedì: ufficio. Pianificazione della settimana, tabelle spese, contatti da girare agli agenti, materiale per i partner. Martedì-giovedì: in giro tra Italia ed Europa — distributor, partner stranieri, affiancamenti con agenti, eventi, fiere, guest. “Qualsiasi cosa di cui possano avere bisogno i nostri partner.”

Nella valigia: laptop, attrezzatura personale da bartender, un trolley con le bottiglie per le degustazioni. “La valigia e il pc sono diventate più di uso quotidiano per me che non lo shaker — ma porto con me la mia attrezzatura ovunque vada.”

Il momento più bello che il bancone non avrebbe mai dato? La community. “Prima di lavorare per Gamondi io della bar industry non conoscevo praticamente nessuno perché semplicemente ero sempre a lavorare.” Questo lavoro ha aperto un mondo di relazioni — barman, altri ambassador, professionisti del settore — che dall’interno di un locale non si riesce a costruire.

Il momento più difficile — quello che nessuno racconta sui social? “Essere sempre in viaggio e magari vedere i propri cari ancora meno di quando lavoravo al bar. Viaggi a volte lunghi e scomodi perché magari oggi sei a Bergamo e domani a Napoli e dopodomani a Torino con tante ore passate in viaggio anche guidando.” Nessuna romanticizzazione. Solo la verità di un lavoro fatto di strade e di spostamenti, di cui l’Instagram mostra solo le fiere e i cocktail.

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Il consiglio per chi riceve la proposta

Arriva la proposta. Cosa fare? Igor è diretto: “Pensarci bene e valutare attentamente.” Le skills, le conoscenze e le esperienze maturate al bancone sono il prerequisito — non si diventa ambassador efficaci senza una solida base di bartending reale dietro.

Ma la chiusura è quella di chi ha imparato a non bloccarsi: “Non scoraggiatevi e affrontate la novità sempre con entusiasmo e ottimismo, che sia a 20 o a 50 anni.” Non è un invito all’ingenuità — è l’atteggiamento di chi sa che ogni fase della carriera ha senso solo se affrontata con intenzione.

E tra cinque anni? “Si cresce e si cambia a prescindere per cui non saprei dirti chi sarò o cosa farò.” Una risposta onesta, rara nel settore dove tutti sembrano avere un piano decennale già pronto da mostrare.

Quello che Igor lascia in ogni bar che visita, oltre al prodotto, è semplice: “Spero di aver lasciato un altro collega che la prossima volta che sarò nella sua zona passerò a trovare anche solo per un saluto e per un drink assieme.” Non un cliente. Un collega.

È probabilmente la cosa più importante che un brand ambassador possa lasciare.

➔ Leggi anche: Negroni Classico — guida professionale alla ricetta IBA · Vermouth Barolo Luxury: L’Esclusivo su thecybartender.com

➔ Approfondimento esterno: Gamondi Spirits — il brand rappresentato da Igor Tuliach

Hai mai considerato il ruolo di brand ambassador come evoluzione della tua carriera? Raccontaci nei commenti la tua esperienza o le tue domande — Igor potrebbe risponderti direttamente.

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